INVALSI, che incubo!

Molti studenti e molte studentesse di diverso ordine e grado in questi giorni sono alle prese con le cosiddette “prove INVALSI”, vale a dire quelle prove che arrivano direttamente dal MIUR (Ministero Istruzione Università Ricerca), e – in modo più specifico – dall’Istituto Nazionale per la Valutazione del Sistema educativo di Istruzione e di formazione.

invalsiQuest’Ente, dotato di personalità giuridica di diritto pubblico, ha raccolto – in un lungo e costante processo di trasformazione – l’eredità del Centro Europeo dell’Educazione (CEDE), istituito nei primi anni Settanta del secolo scorso.

Sulla base delle leggi vigenti, che sono frutto di un’evoluzione normativa sempre più incentrata sugli aspetti valutativi e qualitativi del sistema scolastico, tale Istituto effettua verifiche periodiche e sistematiche sulle conoscenze e abilità degli studenti e sulla qualità complessiva dell’offerta formativa delle istituzioni di istruzione e di formazione professionale.

L’Ente di ricerca predispone annualmente i testi della nuova prova scritta, a carattere nazionale, volta a verificare i livelli generali e specifici di apprendimento conseguiti dagli studenti. In questi giorni – come dicevamo prima – gli studenti e le studentesse di seconda e quinta elementare, terza media e seconda superiore sono alle prese con tali prove, i cui risultati poi servono al Ministero per tracciare un quadro sulla situazione della scuola italiana.

Dai diretti interessati, dai loro genitori e dai loro insegnanti emerge un’ansia che appare maggiore rispetto a quella che normalmente si rileva in vista di una verifica o di un’interrogazione su argomenti del programma “curricolare”.

invalsi 2Questo porta a chiedermi: perché? Perché questo incubo/fantasma delle prove INVALSI?

Ci sono almeno due livelli di analisi. Uno è il punto di vista degli studenti, l’altro è quello degli insegnanti.

I ragazzi vivono le prove con particolare tensione quando vengono caricati di pressione e aspettative. Questo vale in generale nella loro vita. Nel caso specifico, ci sono bambini e bambine che non dormono la notte, che faticano a fare colazione nelle mattine precedenti alla prova o manifestano addirittura la volontà di non andare a scuola la mattina dedicata all’INVALSI. E non certo per protesta di principio: i bambini ci tengono a fare bene le cose, e non vanno oltre come fanno – invece – tanti ragazzi più grandi, insegnanti e genitori che aderiscono agli scioperi indetti dai sindacati.

Queste cose succedono davvero: ne sono testimone. Al di là delle questioni ideologiche, non dovremmo forse – come scuola che anzitutto educa alle prove della vita – avere a cuore come i bambini e gli adolescenti si approcciano un test che va a rilevare, fondamentalmente, le loro capacità di comprensione e logica? Si tratta di competenze trasversali, che sono comunque utile nei casi di “problem solving” che si presentano a diversi livelli nella loro vita quotidiana.

Certo, ad oggi non esistono materie scolastiche specifiche che preparano a questo tipo di prove. E qui entriamo nel secondo livello di analisi: quello degli insegnanti. Perché molti di loro – anche senza purtroppo rendersene conto – fanno vivere con ansia questo “appuntamento” ai propri studenti?

Innanzi tutto, va detto che la strutturazione e le competenze richieste dagli obiettivi delle prove INVALSI si discostano, almeno parzialmente, da quelle delle altre prove “curricolari”. Accade quindi che molti insegnanti – pur preparati nelle rispettive materie d’insegnamento – avvertano un senso d’inadeguatezza nel rivestire lo stesso ruolo di docente in linea con i quesiti ministeriali.

In secondo luogo, è bene ricordare che i risultati delle prove INVALSI vengono poi mandati al Ministero, al fine di una valutazione sulla preparazione degli studenti italiani – nelle materie di italiano e matematica – nelle diverse regioni e fasce d’età. Tali risultati, inoltre, ai fini della trasparenza, vengono indicati sui siti dei singoli istituti e questi, agli occhi delle famiglie che scelgono in quale scuola iscrivere i propri  figli, costituiscono un elemento che viene tenuto in considerazione nella valutazione sulla qualità di un istituto piuttosto che di un altro. Ecco perché, dunque, molti insegnanti vivono loro stessi un’ansia da prestazione che poi, a loro volta, trasferiscono sugli studenti.

E qui il cerchio si chiude. Ripeto, non entro nel merito della bontà o meno delle prove INVALSI in sé e per sé. Quest’analisi parte dall’osservazione diretta dei bambini e dei ragazzi coinvolti: a loro dobbiamo guardare, per loro vogliamo il meglio. Sia in termini di equilibrio emotivo – ch’è la prima cosa: se creiamo insicurezze o fragilità non potremo mai ottenere risultati brillanti – sia in termini di giusta preparazione nell’affrontare le prove della vita.

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Stefania Barcella

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