L’Angelus: la cosa più difficile è non scappare dalla Croce

L’evento centrale della fede è la vittoria di Dio sul dolore e sulla morte.

È il Vangelo della speranza che sgorga dal Mistero pasquale di Cristo, che irradia dal suo volto, rivelatore di Dio Padre consolatore degli afflitti.

È una Parola che ci chiama a rimanere intimamente uniti alla passione del nostro Signore Gesù, perché si mostri in noi la potenza della sua risurrezione.

La cosa più difficile è non scappare dalla Croce, ma rimanere lì, come fece Maria, che soffrendo insieme a Gesù ricevette la grazia di sperare contro ogni speranza. In coloro che rimangono intimamente uniti alla passione di Gesù, si manifesta la potenza della sua risurrezione.

Abbiamo due esempi di questa potenza, tratti dalla liturgia di domenica.

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Nella prima lettura, la vedova di Sarepta è indignata e arrabbiata perché, proprio mentre il profeta Elia era ospite da lei, il suo bambino si era ammalato ed era spirato tra le sue braccia.

Allora Elia dice a quella donna: “Dammi tuo figlio”. Il profeta prende quindi il bambino e lo porta nella stanza superiore, e lì, da solo, nella preghiera, “lotta con Dio”, ponendogli di fronte l’assurdità di quella morte. Il Signore dà ascolto alla voce di Elia e restituisce la vita al bimbo.

Nel secondo esempio, Gesù prova “grande compassione” per la vedova di Nain, in Galilea, che stava accompagnando alla sepoltura il suo unico figlio, ancora adolescente.

Gesù si avvicina, tocca la bara, ferma il corteo funebre, e le dice: “Non piangere!”. Gesù chiede per sé la nostra morte, per liberarcene e ridarci la vita. Infatti quel ragazzo si risveglia come da un sonno profondo e ricomincia a parlare. Così Gesù lo restituisce alla madre.

Non si tratta di magia: è l’immensa potenza che si manifesta nella misericordia di Dio. “Dammi tuo figlio” e “Non piangere” sono parole-chiave: esprimono l’atteggiamento di Dio di fronte alla nostra morte, in ogni sua forma.

Per salvarci ci viene chiesto di donarci completamente. Questo non è facile, perché vorremmo essere noi in grado di provvedere a tutto ciò che serve e che è necessario. Perché vorremmo disporre, controllare e gestire noi tutto ciò che ci riguarda e che ci compete. Perché quando ci viene tolto tutto vorremmo almeno che gli altri avessero rispetto per la nostra condizione e non interferissero con le loro parole che a nulla potrebbero giovare.

Per questo le due vedove sopra citate potevano a ben ragione essere infastidite da quel “Dammi tuo figlio” e dal “Non piangere”. Che cosa vuole ancora Dio? Non è forse abbastanza il dolore che si prova?

No. Nel picco negativo della nostra esistenza il Salvatore ci chiede di affidarci completamente e di donare quel che resta del nostro frutto, del nostro amore. Solo così, infatti, può donare ad esso nuova vita.

Lui chiede, sta a noi decidere se dare o chiuderci nel dolore.

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Stefania Barcella

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